Le alluvioni in Italia: un fenomeno troppo conosciuto

In Italia il fenomeno delle alluvioni è fin troppo diffuso, ed è legato in particolar modo alla geografia del territorio: mar Mediterraneo, Appennini e Alpi contribuiscono ognuno a loro modo a generare ammassi nuvolosi con conseguenti piogge.

Le montagne e le colline costituiscono l’80% del territorio nazionale, e queste sono per la maggior parte percorse da fiumi e torrenti, che durante i mesi più piovosi si possono ingrossare provocando danni come delle inondazioni. Le perturbazioni provenienti dall’Atlantico sono generalmente quelle che procurano i fenomeni più intensi, in particolar modo se vanno in contrasto con le acque più calde del Mar Mediterraneo. Questo contrasto termico, genera ammassi nuvolosi con conseguenti piogge e temporali di forte intensità. Inoltre le Alpi e gli Appennini hanno un peso abbondante nel generare le precipitazioni: quando le correnti umide investono le montagne, sono costrette a risalire lungo i pendii, raffreddandosi e facendo condensare l’umidità in essa contenuta. Si formano cosi dei sistemi nuvolosi in grado di far cadere molti millimetri di pioggia.

Il contributo dell’uomo riguarda il degrado ambientale da egli provocato, facendo si che l’alluvione si trasformi in un disastro: i disboscamenti, la cementificazione degli alvei dei fiumi, la costruzione di importanti centri industriali lungo i fiumi , sono tra le cause principali che provocano le frane e gli allagamenti nelle zone circostanti.

Ma l’abbondante pioggia è di certo una delle cause principali delle alluvioni, e contro di questo l’uomo ha ben poco da dare. Tra le principali alluvioni in Italia quelle più rilevanti da ricordare sono:

  • Novembre del 1951: alluvione del Polesine definita come la più disastrosa provocata dal Po.
  • Novembre del 1966: alluvione di Firenze, una delle più disastrose alluvioni degli ultimi 50 anni
  • Luglio 1987: alluvione della Valtellina
  • Maggio 1998: l’alluvione di Sarno e Quindici in Campania
  • Ottobre 2000: alluvione in Piemonte e Val d’Aosta

1951: Inondazione del Polesine. Il Polesine è una regione geografica della zona di Rovigo che si estende al di sotto del livello del mare, e lungo il quale scorre il fiume Po. Il punto più critico di questa regione in prossimità della confluenza del Panaro dove gli argini si restringono Fino a una distanza di mezzo chilometro. Tra l’8 e il 12 novembre 1951 sulle zone settentrionali cadde una notevole quantità di pioggia, accompagnata da forti venti meridionali che fece innalzare in alta quota la temperatura: di conseguenza sulle Alpi le precipitazioni continuavano a essere a carattere piovoso e perciò vi era un apporto maggiore di acqua proveniente dalle alte quote. Cosi il lago Maggiore e il lago di Como si ingrossarono enormemente come i loro emissari che arrivarono a livelli critici, riversando nel Po indigenti quantità di acqua. Il 14 e il 15 novembre avvennero i primi straripamenti; nella zona del Polesine arrivarono 3 miliardi di metri cubi di acqua, sommergendo 113.000 ettari di terreno, un centinaio di persone perse la vita, gli sfollati furono 2.200.

1966: alluvione di Firenze, piazza antistante il duomo

1966: l’alluvione di Firenze. Il mese di ottobre 1966 fu un mese piuttosto umido generando sistemi nuvolosi carichi di pioggia che misero a dura prova i terreni che non erano più in grado si trattenere l’acqua. La mattina del 3 novembre Firenze si svegliò sotto un cielo grigio e una pioggia battente: nel giro di 48 ore in tutto il bacino dell’alto Arno caddero 480 millimetri di pioggia. Il problema colpi per primo la centrale idroelettrica della Penna, dove il livello delle acque raggiunse valori critici e gli addetti alla diga decisero di aprirla. L’Arno arrivò cosi in piena alla diga successiva quella del Levante e anche qui gli operai non avendo scelta aprirono i cancelli della diga sovraccaricando l’Arno sopra ogni limite consentito. La mattina del 4 novembre la situazione era peggiorata, la pioggia non cedeva e l’Arno era arrivato in piena nella città di Firenze travolgendo i quartieri di Santa Croce dove le acque raggiunsero i 6 metri di altezza. Il lungarno si trasformò in un labirinto di torrenti in piena. L’alluvione fece 29 vittime e 5.000 sfollati, ma il danno peggiore fu quello che riportarono le opere d’arte che si trovavano in chiese, basiliche e musei.

1998: il paese di Sarno travolto dal fango

1998: l’alluvione di Sarno e Quindici. Nel maggio 1998 un fronte temporalesco raggiunse il sud dell’Italia: si trattava di un nucleo di aria fredda proveniente dall’Europa settentrionale che andò in contrasto con aria più umida e calda del Mediterraneo, portarono alla formazione di una perturbazione che portò pioggia e rovesci per quarantotto ore. La zona più colpita fu la Campania, e in particolar modo la zona di Sarno e Quindici, dove dalle colline circostanti si stacco un’enorme massa di terra e fango che scese fin a valle travolgendo tutto ciò che incontrava. Nella tragedia persero la vita 161 persone.

2008: frazione di Giampilieri

2009: l’alluvione di Messina. Un’intensa perturbazione proveniente dalle isole Baleari, fu causa di un violento nubifragio nella zona del messinese, iniziato la sera del 1 ottobre e protrattosi per tutta la notte. Conseguenza di questo evento fu lo straripamento di numerosi corsi d’acqua e diversi eventi franosi in una zona a altissimo rischio idrogeologico. La zona più colpita fu quella di Giampilieri, a sud di Messina, dove una colata di fango invase tutto il paese. Le vittime di quella tragedia furono 31 e 6 persone risultano ancora disperse.

Questi sono solo tre episodi di alluvioni che hanno colpito il nostro Paese, ma molti altri possono essere descritti e molti altri accadranno. La premura dell’uomo è quella di non accentuare la furia di questi fenomeni evitando il disboscamento o gli incendi dolosi che lasciano spoglie migliaia di ettari di terreno,  o evitando di concedere permessi edilizi in zona dove i fiumi, in maniera naturale, concentrano le loro acque nei momenti di maggior portata. Inoltre un’ulteriore accortezza è quella di prevenire la pericolosità di questi fenomeni, affinchè si riesca a evacuare il maggior numero di persone.

 A cura di Noemi Visicchio

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