Ambiente e clima: intervista a Giorgio Budillon

Ambiente e clima: intervista a Giorgio Budillon, Ordinario di Oceanografia e Fisica dell’Atmosfera presso la Facoltà di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Negli ultimi anni grazie ai mezzi di comunicazione sempre  più efficienti la popolazione è diventata sempre più sensibile agli argomenti che riguardano il clima terrestre e i cambiamenti climatici, a tal fine  vi proponiamo un’intervista al professore e ricercatore Giorgio Budillon, il quale si occupa sia per ricerca, sia per didattica di discipline che riguardano la dinamica del sistema climatico. Inoltre assieme ad altri colleghi gestisce una rete di monitoraggio meteo marino del Golfo di Napoli, i cui dati e prodotti modellistici sono consultabili al seguente sito: ecco il  link.

Sappiamo che assieme ad un team di ricercatori si reca periodicamente in Antartide, può dirci a grandi linee qual’è la logistica organizzativa e gli studi che andate a compiere in un territorio così ostile?

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L’Italia partecipa attivamente ad un impegnativo programma di ricerca in Antartide collaborando con ricercatori statunitensi, argentini, australiani, sudafricani, neozelandesi, francesi e coreani.  Generalmente il nostro team di ricerca si reca in Antartide almeno una volta ogni due anni utilizzando una apposita nave di ricerca che parte dalla Nuova Zelanda e si reca nel mare di Ross dove è situata  la base Italiana che  porta il nome di Mario Zucchelli (uno degli artefici delle attività italiane in Antartide e recentemente scomparso). Durante il periodo di permanenza, spesso caratterizzato da condizioni meteorologiche avverse, che riducono notevolmente il tempo a disposizione per la ricerca, si cerca di acquisire il maggior numero di informazioni possibile.  Dati che non sono solo meteo oceanografici ma anche biologici, geofisici ed ecologici al fine di ottenere un quadro della situazione  più completo possibile. L’Italia ha attualmente  quattro mooring (catene correntometriche) posizionati all’interno del Mare di Ross i quali ci permettono di ottenere delle importanti serie di dati oceanografici continui nel tempo. Tuttavia data la vastità del Mare di Ross ne servirebbero molti di più.

Di cosa si occupa principalmente durante la sua attività di ricerca in Antartide?

Quando mi reco nel continente Antartico mi occupo squisitamente di oceanografia polare e in particolar modo dei meccanismi di formazione e diffusione delle acque dense  (Antarctic Bottom Water) in quanto queste acque assieme a quelle dense prodotte nel Nord Atlantico costituiscono il motore di quella che  è la circolazione termoalina globale. Inoltre l’attività di produzione di queste acque ricopre un importante ruolo nell’assorbimento di CO2 da parte degli oceani, infatti le acque presenti all’interfaccia tra aria e mare che vengono trasformate in acque dense sprofondano e portando con se nutrienti, ossigeno ma anche CO2. Non a caso gli oceani costituiscono il più grande “serbatoio” di anidrite carbonica di tutto il globo. Di conseguenza risulta di  facile comprensione quanto sia importanza studiare e monitorare questi  particolari meccanismi.

Cambiamo argomento; sembra che negli ultimi anni si è avuto un aumento dei fenomeni meteorologici estremi, maggiore informazione mediatica o estremizzazione del clima?

Entrambe, in quanto sono attualmente in corso dei cambiamenti ma vi è anche un aumento esponenziale dei mezzi e dei modi di comunicare le informazioni, di conseguenza la popolazione è diventata evidentemente più sensibile a questi argomenti. Argomenti che soprattutto negli ultimi anni sembrano andare di moda, forse a causa di una maggiore affidabilità delle previsioni meteorologiche e ad una più semplice fruibilità da parte di tutti. Ricordo che prima si aspettava l’intervento del colonnello Bernacca sulla Rai per avere delle informazioni approssimative di quello che sarebbe stato il tempo sull’Italia, oggi basta connettersi alla rete e consultare gratuitamente le previsioni meteorologiche della propria città.

Sappiamo che  ultimamente il Sole non mostra più l’attività che ha caratterizzato gli ultimi cicli, e sta attraversando una fase relativamente quiescente. Può essere una opportunità di studio di un fenomeno che forse non conosciamo a sufficienza? Ci possono essere delle ripercussioni?

Sicuramente il discorso riguardante la radiazione solare risulta molto importante e probabilmente deve essere ancora approfondito. Tuttavia nell’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) si fa notare quanto questo parametro sia significativo, ma anche come questo perda di importanza rispetto ai cambiamenti che si stanno producendo con l’attività antropica.

Global mean radiative forcings secondo l'ultimo rapporto dell'IPCCInfluenza dell'attività solare secondo l'ultimo rapporto dell'IPCC

Global mean radiative forcings secondo l’ultimo rapporto dell’IPCCInfluenza dell’attività solare secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC

 

 Leggi anche l’intervista al Dottor Miglietta riguardante i Medicanes.

 


Articolo di Luca Mennella


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