Uragano : cos’è e come si forma un ciclone tropicale. Quali differenze col tornado?

L’uragano, tra i fenomeni naturali più potenti della Terra. Quali differenze col tornado? Un ciclone tropicale può arrivare anche in Italia?

Abbiamo sentito molto parlare ultimamente dell’uragano Irma che sta portando devastazione ai Caraibi, o anche Harvey e tante altre perturbazioni a cui vengono assegnati nomi. Alcuni si abbattono tra il mar dei Caraibi e il Golfo del Messico (come a esempio Irma e Harvey) ma altri hanno colpito negli ultimi tempi anche l’Oceania e numerose isole del Pacifico e anche l’oceano Indiano. Se andassimo nel passato troveremmo autentici mostri della natura come Katrina, Wilma, Andrew e Dennis (tutte tempeste devastanti) e anche Camille e Allen (addirittura più potenti di Irma) che presentavano una ventilazione media superiore ai 300 km/h con raffiche superiori ai 360 km/h.
Non si tratta delle semplici e normali perturbazioni che spesso vengono a spasso sul Mediterraneo e apportano piogge o forti temporali sull’Italia, bensì stiamo parlando di fenomeni decisamente più complessi e rari che possono colpire solo determinate zone del nostro pianeta.

In America questi fenomeni devastanti li chiamano “hurricane” (tradotto in italiano come “uragano”); nel Pacifico orientale questo genere di tempesta viene chiamato “tifone” e nelle Filippine addirittura adottano il termine “baguios”. Tanti nomi diversi, ma alla fine stiamo parlando dello stesso identico fenomeno : il ciclone tropicale.

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COS’ È UN CICLONE TROPICALE?

uragano – ciclone tropicale visto dal satellite

Il ciclone tropicale è una profonda bassa pressione con chiaro ed evidente occhio centrale attorno al quale i venti ruotano vorticosamente in senso antiorario nell’emisfero boreale (quello in cui ci troviamo) e in senso orario nell’emisfero australe. Attorno all’occhio centrale (chiamato occhio del ciclone) ruotano le nubi che tendono a formare una spirale e i venti risultano fortissimi, con raffiche che possono superare agevolmente i 100/120 km sino a raggiungere velocità esorbitanti a seconda della violenza del ciclone tropicale.

DOVE SI FORMANO?

Come suggerisce il nome stesso, questi cicloni si sviluppano esclusivamente nei settori tropicali o sub-tropicali del nostro Pianeta, ad oltre 10° di latitudine dall’equatore. Dunque non si formano esattamente sull’equatore come molti erroneamente pensano considerando che l’equatore è certamente più caldo dei tropici. I cicloni tropicali si sviluppano sempre a cavallo della stagione autunnale, quando si raggiungono le temperature oceaniche più calde. Fenomeni molto simili ai cicloni tropicali possono svilupparsi anche nel Mediterraneo, ma in quel caso parliamo di TLC (Tropical Like Cyclone) e Medicanes di cui parleremo più avanti.
Le aree in cui un ciclone tropicale riesce a formarsi e muoversi con maggior facilità sono :
– l’Atlantico centro-occidentale (tra cui Golfo del Messico e mar dei Caraibi)
– Pacifico nord-orientale (Messico)
– Coste asiatiche sud-orientali (Giappone, Cina, Taiwan, Vietnam)
– Oceano Indiano settentrionale (dall’Arabia sino al Golfo del Bengala)
– Oceano Indiano sud-occidentale (Africa orientale)
– Oceano Indiano sud-orientale (Australia)
– Pacifico sud-occidentale (Australia)

COME SI FORMA UN CICLONE TROPICALE?

Un ciclone tropicale si sviluppa solo in presenza di determinate e fondamentali condizioni :
1) temperatura di oltre 26°C della superficie marina (almeno fino a 10 metri di profondità)
2) basso wind shear (ovvero non deve esserci una forte variazione di direzione e intensità del vento col salire della quota)
3) la deviazione determinata dalla forza di Coriolis
4) una piccola perturbazione di partenza

La forza di Coriolis provoca una deviazione dei corpi in movimento, soprattutto l’aria. La deviazione è via via più netta se ci spostiamo ai Poli, mentre in prossimità dell’equatore tende ad azzerarsi

Da queste importanti condizioni già possiamo capire come mai i cicloni tropicali non possono formarsi all’equatore nonostante quest’ultimo sia più caldo e più umido delle aree tropicali. La forza di Coriolis (forza apparente generata dalla rotazione della Terra attorno al proprio asse)  infatti è determinante in tal senso : grazie ad essa le masse d’aria in movimento da un’alta ad una bassa pressione subiscono una leggera deviazione verso la destra del moto nell’emisfero boreale, verso la sinistra nell’emisfero australe:
Questa deviazione è via via più netta man mano che ci spostiamo verso i due poli, mentre man mano che ci avviciniamo all’equatore essa tende ad affievolirsi sino a scomparire totalmente sull’equatore. Dunque sulla fascia equatoriale la deviazione è assente e ciò impedisce la formazione dei cicloni tropicali.

deviazione che subiscono le correnti attorno al centro di bassa pressione

Questa deviazione è determinante in quanto impone un accenno di rotazione delle correnti attorno ad un centro di bassa pressione (come spesso possiamo osservare anche in Italia dalle immagini satellitari). All’equatore questa rotazione non può avvenire.

ALLA BASE DI TUTTO C’È UNA PICCOLA PERTURBAZIONE

Un ciclone tropicale nasce solo in presenza di una piccola depressione che praticamente ha il ruolo di “miccia”.
Come si forma questa depressione di partenza? Nella fascia tropicale l’aria presente nei bassi strati (soprattutto quella a contatto con la superficie oceanica, calda e molto ricca di umidità) tende facilmente a scaldarsi e a salire di quota : ciò comporta una diminuzione della pressione al suolo dato che l’aria calda è più leggera di quella fredda. Man mano che l’aria calda sale di quota tende a raffreddarsi e l’umidità al suo interno tende a condensarsi dando vita a locale instabilità convettiva (nubi e temporali). L’aria inoltre può ulteriormente salire di quota grazie al calore latente di condensazione, ovvero il calore rilasciato dal processo che permette il passaggio dell’umidità dallo stato gassoso a quello liquido (condensazione). Questo ulteriore riscaldamento permette l’ulteriore ascesa verso l’alto dell’aria che riesce a dar vita ad enormi ammassi nuvolosi (cumulonembi) amplificando di conseguenza i moti convettivi all’interno della colonna d’aria (movimenti d’aria dal basso verso l’alto). La continua risalita di aria calda dal suolo verso le alte quote provoca un costante abbassamento della pressione al suolo dove praticamente viene a formarsi un “vuoto d’aria”. Questo vuoto viene colmato con masse d’aria provenienti dai lati che convergono quindi verso il centro. Grazie alla forza di Coriolis queste masse d’aria provenienti dalle zone circostanti assumono un chiaro effetto rotatorio e così possiamo osservare la nascita di una depressione tropicale. Tutto questo all’equatore non si verificherebbe in quanto le masse d’aria sono soggette alla sola forza di gradiente, ovvero si muovono in un’unica direzione orizzontale (dall’alta alla bassa pressione) senza che queste vengano deviate.
Questa depressione tropicale deve possedere sia un centro di bassa pressione e sia moti verticali che non variano molto in direzione e intensità man mano che si sale di quota (wind shear basso).

UN SISTEMA CHE SI AUTO-ALIMENTA

Con la deviazione delle correnti si innesca la rotazione delle masse d’aria attorno al centro di bassa pressione. Nel momento in cui inizia la rotazione, le uniche forze che agiranno sulla depressione tropicale saranno la forza di Gradiente (menzionata nel paragrafo precedente) e la forza Centrifuga. La prima è una forza che agisce verso l’interno della depressione (dovuta alla differenza di pressione), la seconda invece agisce verso l’esterno ( dovuta al moto rotatorio della depressione ed è direttamente proporzionale all’aumentare della velocità del vento).

Le due forze tendono sempre a bilanciarsi in modo da mantenere in equilibrio la struttura della depressione, tuttavia non mantengono sempre la stessa intensità : il moto rotatorio delle correnti innesca un aumento dell’instabilità nel centro di bassa pressione, ovvero una maggior risalita di aria calda verso l’alto contribuendo a far scendere ulteriormente la pressione al suolo; con la diminuzione della pressione aumenta fisiologicamente la forza di Gradiente e di conseguenza, pur di mantenere l’equilibrio, anche la forza Centrifuga è costretta ad aumentare. Come aumenta la forza Centrifuga? semplicemente con l’aumento della velocità del vento che ruota attorno al centro di bassa pressione.

Insomma in questo modo la depressione tropicale tende ad auto-esaltarsi senza sosta e tende ad intensificarsi sempre più (naturalmente anche grazie alla presenza del carburante principale, ovvero il mare caldo che apporta calore e umidità nell’aria). Maggiore sarà il contributo di umidità, tanto maggiore sarà la spinta verso l’alto dei moti convettivi e di conseguenza maggiore sarà la diminuzione della pressione (andando quindi ad intensificare ogni genere di processo descritto in precedenza). Dunque con maggior aria calda ricca di umidità avremo depressioni tropicali sempre più intense, caratterizzate da un’occhio del ciclone ben definito e circondato da cumulonembi altissimi, alti oltre 15-20 km (ovvero possono raggiungere altezze anche superiori alla tropopausa, tanto da raggiungere i bassi strati della stratosfera). Questi cumulonembi maestosi che si ergono attorno all’occhio del ciclone costituiscono il “muro del ciclone”.

Per raggiungere il livello di “tempesta tropicale”, è necessario che la depressione sia caratterizzata da una evidente divergenza delle correnti alle altissime quote : con la divergenza delle correnti si intende l’allontanamento delle masse d’aria in direzioni opposte, in modo che possa formarsi un “vuoto” da poter essere colmato con la risalita di ulteriore aria calda dai bassi strati, dove è presente la convergenza delle correnti (ovvero l’aria tende a convergere e a scontrarsi, determinando instabilità). Fin quando ci sarà una buona divergenza delle correnti in alta quota, la tempesta tropicale avrà modo di esistere e continuare il processo di intensificazione.

Nel momento in cui abbiamo la risalita d’aria calda e umida verso l’alto innescata contemporaneamente dal moto rotatorio delle correnti, dal calore latente di condensazione e dalla divergenza delle correnti in alta quota, il ciclone inizia a maturare ed è in grado di pompare verso l’alto oltre 2 milioni di tonnellate d’aria al secondo (aspirata anche ad oltre 400-600 km di distanza…pensate che l’uragano Irma ha assorbito umidità e calore sin dal Venezuela!). Arrivati a questo punto la depressione tropicale diviene una tempesta tropicale in piena regola, a cui è possibile assegnare anche un nome.

Struttura in sezione di un ciclone tropicale maturo

L’OCCHIO DEL CICLONE

Ogni ciclone del pianeta ha un segno inconfondibile : il classico occhio al centro della tempesta, largo dai 5 km sino ai 60 km, dove spesso il tempo risulta “stabile”. Come mai in questo punto le condizioni meteo sono così differenti rispetto a tutte le altre parti della tempesta?

Abbiamo parlato nel paragrafo precedente del “muro del ciclone”, ovvero le nuvole altissime che si formano sul perimetro dell’occhio. Ebbene questo è il punto in cui avviene la forte risalita verso l’alto dell’aria calda e umida, che dà origine di conseguenza alle possenti e maestose nubi temporalesche che circondano l’occhio. Al centro invece troviamo spesso nubi basse improduttive e a volte anche cielo sereno.
Questa situazione è causata dalla presenza di moti discendenti ( che vanno dall’alto verso il basso) al centro del ciclone. Questo fenomeno è noto come “subsidenza” e praticamente inibisce la formazione di nubi temporalesche e tende a far evaporare le goccioline d’acqua (l’aria in pratica si riscalda e si secca…l’esatto opposto della convezione, ovvero la risalita verso l’alto dell’aria che sviluppa le nubi temporalesche).

Come mai nell’occhio del ciclone l’aria scende verso il basso invece di salire?

Le enormi quantità di aria calda e umida che vengono pompate verso l’alto ai bordi dell’occhio del ciclone tendono a fuoriuscire dalla cima della tempesta (dove è presente la divergenza dell’aria). L’aria che fuoriesce (ormai raffreddata e quindi più pesante) tende in gran parte a scivolare verso i bordi della tempesta, mentre una piccola parte di essa riesce a scivolare anche verso il centro, ricadendo quindi verso il basso e dando il via al fenomeno della subsidenza che causa cieli poco nuvolosi o sereni. Questo fenomeno avviene dall’alto verso il basso sino ad una quota di circa 1500/3000 metri e rende l’aria spesso “calma”, con vento debole o al limite con momentanee deboli raffiche.

Nell’occhio del ciclone si raggiungono i valori di pressione più bassi e le temperature più alte (a volte anche di oltre 10°C rispetto alle zone circostanti). Si tratta del “core caldo” ed è dovuto proprio alla subsidenza dell’aria che la riscalda lungo la verticale dell’occhio.
La presenza dei moti discendenti non è l’unica causa della formazione dell’occhio : ad essa contribuisce anche la violenta intensità del vento in prossimità del centro di bassa pressione che allontana l’aria dall’occhio ( a causa della forza Centrifuga).

Perchè il vento in prossimità dell’occhio è molto violento?

Bande nuvolose formano una spirale attorno all’occhio. LE bande corrispondono a zone di convergenza dell’aria, ovvero dove le masse d’aria si scontrano e salgono verso l’alto. Ai lati delle bande si formano zone più secche a causa della subsidenza.

La risalita dell’aria calda e umida in un ciclone avviene sia attorno all’occhio e sia lungo delle vorticose bande, che si estendono per tutta la tempesta, in cui è presente la convergenza delle masse d’aria. Queste bande, collegate al perimetro dell’occhio, si avvolgono attorno all’occhio del ciclone formando la classica spirale. Solo in corrispondenza delle bande nuvolose (dove c’è la convergenza dell’aria al suolo, che pompa caldo e umidità verso l’alto) troviamo le piogge più intense : ai due lati delle bande nuvolose, invece, troviamo aria più secca causata dalla subsidenza (causata anche in questo caso dalla discesa di aria dalla sommità delle bande verso i due lati). Quindi anche all’interno della tempesta possiamo trovare aree più instabili e aree più “stabili” (quest’ultime presentano comunque venti fortissimi e cieli coperti, senza precipitazioni). I moti discendenti che si innescano dalla sommità delle bande della spirale sono più incisivi in prossimità del centro di bassa pressione a causa del poco spazio a disposizione, dove è quindi maggiore la compressione dell’aria (si riscalda e si secca più facilmente), mentre sono più blandi e dispersivi verso l’esterno della tempesta. Questa situazione genera una differenza di pressione sensibile che provoca la forte intensificazione del vento attorno all’occhio del ciclone (spesso possono anche superare i 380 km/h negli uragani più violenti).

ORA IL CICLONE è MATURO…

La natura per quanto complicata riesce sempre a mantenere un certo equilibrio, e i cicloni tropicali non sono da meno. Nel momento in cui si realizzeranno tutti i particolari processi discussi nei precedenti paragrafi, allora assisteremo ad un perfetto equilibrio tra le varie forze in gioco che permetteranno al ciclone tropicale di esistere e di macinare migliaia di chilometri senza alcun problema. Un ciclone tropicale a piena potenza può superare anche i 1000 km di diametro, con occhio del ciclone largo dai 4o ai 60 km.
I cicloni tropicali, dopo la loro iniziale formazione, tenderanno subito a muoversi verso nord-ovest nell’emisfero boreale e verso sud-ovest nell’emisfero australe a causa della presenza degli Alisei ( i venti perpetui che soffiano dai tropici verso l’Equatore e che subiscono la deviazione della forza di Coriolis). Il loro processo di formazione/intensificazione avviene mentre già sono in movimento (sospinti dagli Alisei). Essi proseguiranno il loro cammino nell’oceano sin quando le condizioni lo permetteranno : nel momento in cui incontrerà la terraferma il ciclone inizierà a perdere man mano la sua forza in quanto verrà a mancare il carburante principale (l’aria calda e umida dell’oceano). L’arrivo dell’occhio del ciclone sulla terraferma viene chiamato “landfall”.

Come si classificano i cicloni tropicali?

I cicloni tropicali vengono denominati in maniera differente prevalentemente in base all’intensità del vento (si intende il vento massimo prodotto, il cui valore deve persistere per almeno 10 minuti). Una volta raggiunto lo stadio di uragano, interviene la scala Saffir-Simpson molto utile per la classificazione dei cicloni (sia per l’intensità che per i danni prodotti).

depressione tropicale (vento inferiore a 61 km/h)
tempesta tropicale (vento superiore a 61 km/h e inferiore a 118 km/h)
uragano (vento superiore ai 118 km/h)
uragano di categoria 1 ( venti tra 118 km/h e 154 km/h)
uragano di categoria 2 (venti tra 155 km/h e 177 km/h)
uragano di categoria 3 (venti tra 178 km/h e 209 km/h)
uragano di categoria 4 (venti tra 210 km/h e 250 km/h)
uragano di categoria 5 (venti oltre 250 km/h)

Inoltre avrete sentito anche altri termini per classificare i cicloni, soprattutto ultimamente a seguito delle forti perturbazioni giunte sull’Italia.

Ciclone extra-tropicale

ciclone extra-tropicale : semplicemente si intende qualsiasi tipo di ciclone che NON si sviluppa nelle fasce tropicali. Sono i classici cicloni che si formano nelle aree temperate e presentano caratteristiche principali molto diverse da un ciclone tropicale : essi non presentano il cuore caldo (esso è addirittura più freddo delle aree circostanti), si sviluppa a seguito dello scontro tra fronte freddo e fronte caldo, i venti più forti sono presenti ai bordi del ciclone e non verso l’interno.

TLC (Tropical Like Cyclone) : è un ciclone simil tropicale e spesso, durante la stagione autunnale, può svilupparsi nel mar Mediterraneo. Presenta tutte le caratteristiche di un ciclone tropicale e corrisponde (per intensità) ad una tempesta tropicale. Le sue dimensioni tuttavia sono molto ridotte rispetto ai classici cicloni che si sviluppano ai tropici (uno dei motivi è il minor apporto energetico da parte del mare e in secondo luogo anche la morfologia del territorio).

Medicane Cornelia nel mar Tirreno

Medicanes (Mediterranean Hurricanes) : sono gli uragani del Mediterraneo, decisamente rari in quanto occorrerebbe un notevole apporto energetico e la presenza di numerosi fattori favorevoli affinchè un TLC possa intensificarsi a tal punto.  Un Medicane, a livello di intensità del vento, corrisponde ad un uragano (quindi può variare a seconda della categoria). Sono fenomeni molto violenti per le zone del Mediterraneo, Italia compresa (poco abituata ad eventi del genere). Nel Mediterraneo ricordiamo i Medicanes del 1995 ( Celeno, nel cuore del mar Ionio) e del 1996 (Cornelia, nel mar Tirreno). Entrambi superarono i 120 km/h, inoltre Cornelia provocò notevoli disagi sulle coste tirreniche del centro-sud Italia.
Maggiori approfondimenti sui Medicanes >>>>

E I TORNADO?

Cicloni tropicali e tornado sono entrambi fenomeni vorticosi e…nient’altro! Non hanno praticamente quasi nulla in comune.
I tornado sono fenomeni meteorologici appartenenti ad un singolo violento temporale e hanno un diametro (nel maggiore dei casi) di alcune centinaia di metri (i cicloni invece possono anche superare i 1000 km di diametro e contengono numerosi nuclei temporaleschi). Essi si sviluppano solo in presenza di estremi moti convettivi ed elevatissimo wind shear (l’opposto dei cicloni), inoltre si sviluppano esclusivamente nelle fasce temperate e prevalentemente su terraferma. Inoltre un tornado ha una vita molto breve ( da pochi minuti ad un massimo di poche decine di minuti), mentre sappiamo benissimo che i cicloni possono muoversi negli oceani anche per giorni interni.

Tornado

Per concludere, un tornado provoca effetti devastanti su un’area molto circoscritta, mentre un uragano è in grado di devastare aree estremamente vaste e di mandare in grave difficoltà interi Paesi. Oltre a piogge torrenziali su vasta scala (in grado di produrre quantitativi anche superiori ai 1000 mm in pochi giorni), un ciclone tropicale può generare venti tempestosi in grado di abbattere case e alberi, oltre che spazzare via vetture anche di grosse dimensioni, in un aree di svariate migliaia di chilometri quadrati. A tutto questo vanno ad aggiungersi le mareggiate (con onde alte anche oltre 7-8 metri) ed il pericoloso fenomeno dello “storm surge”.
Lo Storm Surge altro non è che l’innalzamento del livello del mare indotto dal ciclone tropicale, che con la sua ventilazione forte e costante riesce a spostare enormi quantità di acqua oceanica spingendola sulle coste verso cui si sta dirigendo. Il livello dell’oceano è in grado di aumentare anche di diversi metri su zone molto vaste (esattamente quello che sta accadendo a Miami in questi giorni a causa di Irma). Quindi le acque marine possono agevolmente appropriarsi dei settori costieri sino a sommergere case e interi centri abitati (per centinaia di metri nell’entroterra). Un tornado non provoca assolutamente tutto questo!
Parleremo dei tornado in maniera molto dettagliata in un articolo apposito!

EL NINO E LA NINA SONO IN GRADO DI INFLUENZARE GLI URAGANI ATLANTICI

Il riscaldamento/raffreddamento delle acque superficiali del Pacifico centro-orientale è in grado di influenzare pesantemente la stagione degli uragani in Atlantico. Tutto questo grazie a particolare e complessi movimenti di imponenti masse d’aria che sono in grado di trasmettere gli effetti di ciò che avviene nell’oceano Pacifico sin verso l’oceano Atlantico. Chiariamo però innanzitutto cosa rappresentano “El Nino” e “La Nina” :

El Nino : rappresenta il riscaldamento delle acque superficiali dell’oceano Pacifico centro orientale, a ridosso dell’equatore (a largo del Perù)
La Nina : rappresenta il raffreddamento delle acque superficiali dello stesso settore dell’oceano Pacifico.

Entrambi sono fenomeni ciclici dalla durata di 16/18 mesi (a volte possono durare anche diversi anni) e si alternano comportando importanti variazioni climatiche su gran parte del globo terrestre.

Quando si verifica un episodio di “El Nino” otteniamo un riscaldamento dell’oceano Pacifico centro-orientale ed un lieve raffreddamento del Pacifico occidentale (a ridosso dell’Oceania e del sud-est asiatico). Questa situazione (alla cui origine c’è un affievolimento degli Alisei) permette lo spostamento delle basse pressioni e del maltempo sull’America meridionale ed un anomalo periodo secco per i settori occidentali del Pacifico (dove solitamente troviamo tempeste e spiccata instabilità). Insomma questa variazione di temperatura del mare mette un freno a mano alla formazione dei cicloni tropicali  (i quali non trovano più un ambiente ideale per la loro formazione e hanno notevoli difficoltà nel raggiungere piena maturazione). La stessa situazione, grazie a particolari movimenti d’aria che si innescano nell’atmosfera, si rispecchia anche nell’oceano Atlantico (i settori più occidentali dell’oceano diventano più freddi, quelli centro-orientali invece saranno più caldi) : dunque nei periodi condizionati da El Nino gli uragani hanno forti difficoltà nel formarsi e per diverse settimane, anche nel cuore dell’Autunno, non riescono nemmeno ad affacciarsi sul mar dei Caraibi in quanto non ci sono le temperature marine idonee.

Quando si verifica un episodio di “La Nina” otteniamo una situazione totalmente opposta grazie ad una repentina intensificazione degli Alisei : il Pacifico centro-orientale si raffredda più del solito, mentre quello occidentale si riscalda notevolmente (più di quanto dovrebbe esserlo in condizioni normali). Ciò permette al’acqua di riscaldarsi e accumularsi sul Pacifico occidentale, così tanto da raggiungere temperature marine anche superiori ai 30°C. Insomma terreno fertile per perturbazioni e cicloni tropicali. Questa stessa situazione si rispecchia anche nell’Atlantico e permette ai cicloni tropicali di intensificarsi e maturare molto più facilmente del solito in quanto avrebbero tantissima energia da cui attingere nei settori occidentali dell’oceano (a largo dell’America meridionale, nel mar dei Caraibi e nel golfo del Messico).

Noi attualmente ci troviamo in un periodo condizionato da una forte Nina (intenso raffreddamento del Pacifico orientale) : ecco spiegata l’incredibile serie di uragani che sta colpendo il centro America (Harvey, Irma, Josè).


Articolo di Raffaele Laricchia


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